Recensione: “Il castello blu” di Lucy Maud Montgomery

Cari lettori e care lettrici de La Parola ai Libri,
oggi condivido con voi la recensione di un romanzo che ho adorato, un romanzo che racchiude in sè tutto quello che da anni ormai cattura il mio interesse e la mia attenzione: sollevare il velo dalle apparenze per scoprire la verità nascosta dietro un periodo storico che voleva essere etichettato come dorato e perfetto, ma che in realtà celava e sopprimeva sentimenti ed emozioni contrastanti, azioni e comportamenti del tutto diversi da quelli mostrati. Il castello blu di Lucy Maud Montogomery è questo e tanto, tanto altro, ed è grazie a Jo March se ho avuto la possibilità e la fortuna di arricchirmi di questa nuova splendida lettura. Ho atteso qualche giorno prima di scrivere, per non seguire il tumulto delle emozioni istantanee, impulsive, per metabolizzare il tutto, anche se metabolizzare la lettura di un romanzo, soprattutto quando ti è piaciuto, richiede una sorta di “destrezza emozionale” non facile da raggiungere.


Lucy Maud Montgomery
Il castello blu
(1926)

Traduzione di Elisabetta Parri
Introduzione di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci
A cura di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci
Titolo originale: The Blue Castle
Lingua originale: Inglese (Letteratura americana)
Isbn: 9788894142846
Pagine: 240
Collana: Atlantide
€ 14,00


TRAMA

L’immagine che Valancy Stirling vede riflettersi nello specchio è una figura tristemente scolorita. Ha quasi trent’anni e non ha un marito: quanto basta a renderla motivo di imbarazzo e umiliazione per la sua ingombrante famiglia. Valancy vive secondo le regole imposte da una madre bigotta, accoglie con remissione le scelte che altri fanno per lei, non si ribella al personaggio in ombra che nel gioco delle parti le è toccato in sorte. C’è un luogo dei suoi sogni, però, dove si sente libera di riprendersi un ruolo da protagonista: il suo “castello blu”.
La sconvolgente diagnosi di una malattia cardiaca fatale la spinge, però, a uscire dal suo bozzolo di timore e a cercare nel mondo il suo castello: prima, sul limitare di quella “landa desolata” dove abitano i reietti della comunità – Cissy Gay, una ragazza madre malata di tubercolosi, e suo padre Abel, un impenitente alcolista; poi, ancor più lontano, sul Lago Mistawis, dove vive soltanto lo sregolato Barney Snaith, che tutti reputano un criminale in fuga.
Ambientato nel magnifico scenario del Muskoka, dove specchi d’acqua, isole velate dalla nebbia, cascate scroscianti e boschi inestricabili si fondono nel magico silenzio della natura canadese, Il castello blu è uno dei pochi romanzi che Lucy Maud Montgomery scrisse per un pubblico adulto e per reinventare la sua storia di donna. La prosa ironica e brillante della Scrittrice tratta con freschezza temi scomodi, esprimendo tutto lo sdegno che provava per la finzione sociale e l’ipocrisia del suo tempo.

RECENSIONE


“Se in una certa mattina di maggio non fosse piovuto, l’intera vita di Valancy Stirling sarebbe stata completamente diversa. Si sarebbe recata, con il resto del clan, al picnic organizzato dallo zio Wellington, e il dottor Trent sarebbe andato a Montreal. Di fatto, però, piovve e sentirete cosa le accadde per questo motivo.”


Siamo a Deerwood, una fittizia cittadina del Muskoka, in Canada. La vita di Valancy Stirling, ventinove anni e nubile, sta per cambiare radicalmente in un provvidenziale giorno piovoso. Fino a questo momento, ha portato sulle spalle tutto il peso di una soffocante e opprimente vita, fatta di apparenza, ubbidienza, convenevoli e rituali quotidiani. Non vive, esegue meccanicamente quello che la società e l’etichetta richiedono, ciò che la madre e il clan si aspettano da lei, succube e vittima di un qualcosa che non può cambiare. E’ insicura, timorosa, non nutre particolare stima in se stessa, non ha mai avuto neppure un corteggiatore o degli amici, non ha interessi, tutto è grigio. Anche le descrizioni degli ambienti o degli oggetti tendono a sottolineare questa ombra nera che riveste l’esistenza della protagonista, sono righe sbiadite, opache, specchio di una non vita. Valancy deve sopprimere sempre i suoi sentimenti, i suoi pensieri, per non incorrere nei rimproveri di una madre sempre pronta alla critica e ai rimbrotti. Ha un solo modo per evadere da tutto ciò: rifugiarsi nel suo castello blu. Lì lei è se stessa, brilla ed è meravigliosamente viva.

“Nessun appartenente al clan degli Stirling, o alle sue ramificazioni, nutriva alcun sospetto al riguardo, tanto meno sua madre, o la cugina Stickles. Nessuna delle due venne mai a sapere che Valancy aveva due case; la brutta abitazione di mattoni rossi a forma di scatola in Elm Street, e il castello blu in Spagna. Sin da quando era capace di ricordare, Valancy aveva sempre vissuto spiritualmente nel castello blu. Era una creatura minuscola, quando si trovò sedotta dal suo fascino. Riusciva sempre a vederlo, quando chiudeva gli occhi, con le sue torrette e gli stendardi sulla vetta della montagna invasa dai pini, avviluppato nella sua tenue e azzurra bellezza contro il tramonto del cielo di una serena e sconosciuta terra. Nel castello blu si trovava tutto ciò che c’era di meraviglioso e di bello (…) La metà degli Stirling, se non tutti, sarebbe morta per l’orrore se avesse saputo la metà delle cose che Valancy faceva nel suo castello blu. “

E non stentiamo a crederlo. Valancy deve sottostare a rigide regole, tutta l’esistenza del clan è caratterizzata da questo. Vi è un calendario preciso, ad esempio, per l’accensione del fuoco, non si può starnutire in pubblico perché è scortese, leggere un libro piacevole è considerato pericoloso, infatti non le è permesso di leggere romanzi, ma gli “scritti sulla natura” di John Foster si, anche se non senza proteste, si intende, e a Valancy piacciono molto, la portano lontano:

Le pareva che le lasciassero intravedere stralci di un mondo nel quale un tempo sarebbe potuta entrare, ma che adesso le era precluso per sempre.

In questo giorno così determinante, il giorno in cui tutto prende avvio, il giorno in cui compie ventinove anni, Valancy smarrisce l’accesso del suo castello blu, la sua forza fino a questo momento, il luogo della consolazione e del sogno. Non può più fuggire dalla realtà, è sola e indesiderata. Non ha nulla per cui vivere, non ha uno scopo. Pagina dopo pagina, entriamo sempre più nel suo intimo, scoprendo tutte le sue angosce e le sue paure, così definitive da non riuscire a intravedere un piccolo spiraglio di luce, la luce del castello blu.

C’erano così tante cose che Valancy non aveva mai avuto il coraggio di fare. Per tutta la vita era stata spaventata da qualcosa (…) Paura del malumore materno; paura di offendere lo zio Benjamin; paura di diventare un bersaglio per il disprezzo della zia Wellington; paura dei mordaci commenti della zia Isabel; paura della disapprovazione dello zio James; paura di offendere le opinioni e i pregiudizi dell’intero clan; paura di non salvare le apparenze; paura di dire ciò che realmente pensava su qualsiasi cosa; paura della povertà quando sarebbe stata vecchia (…) Soltanto nel suo castello blu riusciva a trovare un temporaneo sollievo. E questa mattina Valancy non riusciva a credere di avere un castello blu. Non sarebbe più stata in grado di trovarlo. Ventinove anni, nubile, indesiderata – cosa aveva a che fare, lei, con la fiabesca castellana del castello blu?”

Ma ecco che, proprio un passaggio di uno dei libri di John Foster, induce Valancy alla riflessione e le offre la possibilità di riappropriarsi della sua vita, di reagire, di affrontare le sue paure. Perché è come se l’autore si stesse rivolgendo proprio a lei, in quel preciso istante.

“La paura è il peccato originario. Quasi tutto il male del mondo trae origine dal fatto che qualcuno ha paura di qualcosa. E’ un freddo e viscido serpente che si avviluppa attorno a te. E’ orribile vivere con la paura ed è la cosa più degradante al mondo.”

Valancy decide di farsi visitare dal dottor Trent per dei dolori al petto che insistentemente la tormentavano, e già in questo risiede il primo passo della sua rivoluzione: non consultare il medico del clan, ma scegliere da sola a chi rivolgersi. Il dottor Trent le diagnostica una incurabile malattia cardiaca, che non le avrebbe lasciato scampo; avrebbe potuto sopravvivere al massimo per un anno se si fosse riguardata. Doveva evitare le emozioni forti e avere premura di non affaticarsi troppo. Dopo lo stordimento iniziale, lo stupore e l’incredulità si fanno spazio dentro di lei, proprio lei Valancy Stirling, che non aveva mai vissuto, adesso stava per morire. Il passo successivo consiste nel non frenare più, come era accaduto fino a quel momento, la sua personalità, di non mettere a tacere i suoi pensieri, di non accantonare la sua schiettezza a favore della opportunità. Non le importava di essere rude. Aveva dovuto mostrarsi gentile per tutta la vita. Valancy non ha più paura. Si sente libera. Libera dalle angosce, libera di essere se stessa, libera dalle insicurezze e dai giudizi. Non teme la morte, non aveva ragione alcuna di temere più nulla, in fondo. Decide di non comunicare alla sua famiglia quella notizia e prosegue con un severo resoconto della sua vita fino a quel momento, ripercorre le ingiustizie subite, la prevaricazione della madre, le ingerenze dei parenti, così ottusi e pronti a sputare, nelle assemblee private del clan, pregiudizi e cattiveria sul prossimo. E dopo questo inevitabile excursus sulla sua esistenza incolore e monca di esperienze e sentimenti, arriva “il risveglio”, la volontà di riscatto, la determinazione di liberarsi una volta per tutte della prigione che l’ha vista reclusa per ventinove anni.

“E’ tutta la vita che tento di compiacere gli altri e ho fallito. E’ giunto il momento che io tenti di compiacere me stessa. Non fingerò mai più. Ho respirato per tutta la vita un’atmosfera fatta di menzogne, finzioni e sotterfugi. Quale lusso poter dire la verità! Potrò non essere in grado di fare molte delle cose che vorrei, ma non farò una singola cosa a me sgradita.”

Apre gli occhi, alla vita esterna e a quella che fino ad allora aveva avuto accanto. Osserva il clan ed è stupefatta di come quelle persone abbiano potuto avere così tanta influenza su di lei. La sua anima si era liberata dalle catene. Non si cura dei giudizi ed irrompe nella realtà affermandosi, finalmente, come essere pensante e autonomo. Ora è pronta per cercare nel mondo il suo castello blu. Certo, il clan ritiene sia impazzita, “Doss”, deve soffrire di qualche malattia mentale, altrimenti come si spiega la sua impertinenza? Il loro sbigottimento è destinato ad aumentare sempre di più, perché Valancy, ora che non ha più nulla da perdere nè da temere e che è forte del suo essere, è determinata a seguire la sua strada. Abbandona la triste dimora di Elm Street e si trasferisce da Abel Gay, la cui reputazione non è delle migliori, un vecchio vizioso ubriacone con a carico sua figlia, Cecilia (Cissy) una ragazza madre, gravemente ammalata di tubercolosi, il cui figlio muore ad un anno di età. Quando Abel dice a Valancy di essere disperato perché non ha nessun aiuto, nessuno che volesse lavorare per lui e occuparsi della casa, ma soprattutto di sua figlia bisognosa di assistenza, Valancy non ci pensa due volte e si propone come governante. E qui scopriamo il lato sensibile, generoso e buono di Valancy.

“La sua attenzione era focalizzata sul terribile pensiero della povera, infelice, digraziata e piccola Cissy Gay, ammalata e indifesa in quella misera e vecchia casa sulla strada per il Mistawis, senza un’anima che l’aiutasse o la confortasse. E tutto questo in una comunità che voleva dirsi cristiana nell’anno di grazia millenovento e oltre!”

L’ipocrisia del tempo si fa sempre più marcata, così come quella della madre e dei parenti di Valancy, preoccupati non tanto per lei, quanto di quello che la gente dirà. Ritengono sia squilibrata, ma non è qui il problema, il problema è che “la gente se ne accorgerà”. E saranno questi “sentimenti” a muovere gli Stirling verso i tentativi di far ritornare Valancy a casa. La verità è che la nostra protagonista è solo all’inizio di un periodo meraviglioso, periodo in cui soprirà chi è, e noi insieme a lei, alla ricerca del suo castello blu.

“Quando Valancy ebbe trascorso una settimana a casa di Roaring Abel, le sembrò che anni e anni la separassero dalla sua vecchia vita e dalle persone che vi aveva conosciuto. Esse iniziavano ad apparirle remote – irreali – distanti – e, mentre i giorni scorrevano, d’un tratto, insignificante. Lei era felice. Nessuno più la infastidiva con degli enigmi o insisteva per darle le pillole color porpora. Nessuno la chiamava Doss e si preoccupava che lei prendesse freddo. Non c’erano trapunte da riparare, nè abominevoli ficus da annaffiare, o gelidi capricci materni da sopportare. Poteva restarsene sola quando lo desiderava, andare a letto quando e starnutire quando ne aveva voglia (…) Dopo una vita fatta di inconsistenze, Valancy si trovò attorniata da cose reali.”

Assistiamo anche al cambiamento nelle descrizioni attraverso gli occhi di Valancy, non esiste solo il grigio, ma i colori si stagliano come su una tavolozza pronta ad essere impugliata dal pittore per dipingere un quadro di meraviglia e incanto. Lo stesso avviene per gli odori. Per i sapori. Si sente soddisfatta, felice, non spreca più la sua esistenza, ma la mette a disposizione di se stessa e degli altri, in particolare di Cissy, alla quale racconta anche del suo castello blu, non lo aveva mai fatto con nessuno prima.
In questa nuova dimensione, Valancy si scopre donna. Scopre anche che il destino può riservare incontri inaspettati, soprese inimmaginabili, e forse l’amore. Perché l’incontro con un altro personaggio poco gradito alla comunità, Barney Snaith, dal passato misterioso, probabilmente da criminale secondo il clan e delle persone “a modo”, fa capolino dalla landa desolata, dall’isola del Lago Mistawis in cui vive, per irrompere con impeto e come un fiume in piena nel cuore della nostra Valancy.

“I loro occhi si incontrarono. Valancy avvertì improvvisamente una deliziosa debolezza. Stava per avere uno dei suoi attacchi di cuore? Ma questo era un sintomo del tutto nuovo (…) C’era qualcosa nel suo volto. Era difficile dire che cosa (…) Barney Snaith aveva un modo di dire le cose che conferiva loro intensità (…) Non riusciva a immaginare perché stesse tremando dalla testa ai piedi – doveva essere il suo cuore.”

Ed in effetti, è il suo cuore. Il suo cuore che da ora appartiene a Barney.
Valancy dimostra, non solo di essere una donna in grado di badare a se stessa, ma una donna con dei sentimenti, intelligente, brillante e anticonformista, arrivando (udite, udite) a chiedere a Barney di sposarla. Una rivoluzione vera e propria. Una donna che chiede ad un uomo se vuole diventare suo marito. Lui accetta e insieme si trasferiscono sull’isola, nella landa desolata, in cui Valancy trova il suo castello blu. Nella landa desolata ogni stagione è un tripudio di bellezza, splendore e profumi. Incredibilmente netto il contrasto con l’ambiente cupo descritto inizialmente.
So che cosa state pensando, lettori e lettrici! Che vi abbia svelato un po’ tanto, vero? Eppure, ancora moltissimo resta da scoprire, perché se è vero come è vero che finalmente Valancy è felice, è anche vero che la felicità ci può abbandonare da un momento all’altro. Credetemi: i colpi di scena non mancheranno e vi lasceranno sgomenti!

Ringrazio con tutto il cuore Jo March, nella persona di Lorenza Ricci, per avermi donato questa storia, una lettura piacevole, scorrevole e molto ben scritta e tradotta, per l’incredibile scoperta di una Lucy Maud Montgomery inaspettata, una donna capace, nonostante le contraddizioni e le difficoltà del tempo e del suo privato, di impugnare una penna per tingere di verità la letteratura. Perché “Il castello blu” ha in sè ironia, denuncia sociale, sentimento, sogno, riscatto, ma soprattutto verità, come ho già detto, verità.
No, Lucy Maud Montgomery non è solo l’autrice di Anna dai capelli rossi.



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Io, ve li consiglio caldamente!

 

 

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