Recensione: “La sala da ballo”, di Anna Hope, edito Ponte alle Grazie

Cari lettori e care lettrici de La Parola ai Libri,
come potete evincere dal titolo dell’articolo, oggi vi parlerò di La sala da ballo di Anna Hope, pubblicato da Ponte alle Grazie, un romanzo che sicuramente si fa ricordare, ma che mi ha lasciata anche non del tutto soddisfatta, a causa, secondo il mio modesto e personale parere, di carenze descrittive durante la narrazione. Mi spiegherò meglio di seguito.



SCHEDA TECNICA
Ponte alle Grazie
Narrativa
Collana: Scrittori
Pagine: 400
Prezzo: € 16.80
In libreria dal: 11 Maggio 2017


Inghilterra, 1911: in un manicomio esiste una stanza dove sopravvivono i desideri.


TRAMA DEL LIBRO

Inghilterra, 1911. In un manicomio al limitare della brughiera dello Yorkshire, dove uomini e donne vivono separati gli uni dagli altri da alte mura e finestre sbarrate, c’è una sala da ballo grandiosa ed elegante, con tanto di palcoscenico e orchestra. In questo luogo sognante e raffinato, i pazienti si ritrovano una volta alla settimana per danzare: qui hanno la possibilità di sentirsi liberi, di mostrare i sentimenti, di muovere i loro corpi in libertà. I desideri lungamente messi a tacere tornano ad agitare con prepotenza i cuori dei protagonisti. Proprio nella sala da ballo Ella Fay, una giovane operaia ricoverata contro la sua volontà per una crisi isterica, conosce John Mulligan, un uomo dalla sensibilità fuori del comune, che soffre di depressione in seguito a un trauma. Complice del loro incontro è Clem, una paziente affetta da manie suicide, che aiuta Ella a leggere i messaggi di John. A occuparsi di loro c’è il dottor Fuller, un medico ossessionato dall’eugenetica e fermamente convinto che la musica e la danza possano aiutare nella cura delle malattie psichiatriche.
Quattro personaggi che intrecciano le loro storie in un affresco originale e carico di significati profondi: i loro dolori e le loro frustrazioni sono anche i nostri, come pure la danza liberatoria, il coraggio di gridare, la voglia di cambiare


RECENSIONE

Il romanzo si apre con un breve prologo ambientato in Irlanda nel 1934. Seguiamo i passi di una donna che si avvicina sempre di più ad una casa e ad un uomo che, inizialmente, le da le spalle. Si chiede se l’avrebbe riconosciuta dopo tutti quegli anni e, risoluta, attraversa il cancello e si avvicina, pronunciando il suo nome. A questo punto, con un balzo temporale che ci porta nel 1911, iniziamo ad entrare nella storia, in punta di piedi, quasi a volerci ambientare un po’. Il primo personaggio che ci troviamo davanti è Ella Fay, una giovane operaia del quarto reparto di filatura, che disorientata, non riesce a comprendere dove si trovi e per quale ragione. La tensione è abbastanza alta, è circondata da voci che le sussurrano frasi improbabili, non riesce a ricordare come possa essere finita lì. Quando apprende di essere nel manicomio di Sharston, passa dall’incredulità al terrore.

Il manicomio di Sharston. Ne aveva sentito parlare. Fin da piccola. Se ti capitava di fare una sciocchezza: il manicomio. Per i matti. E i poveri. Ti rinchiudono a Sharston e non ne esci più.

Lei non è matta, lo grida a gran voce, disperatamente, ma il solo risultato che ottiene è quello di essere trattata come tale. Tenta anche di fuggire, ma invano. La sua colpa è quella di aver rotto una finestra nella filanda dove lavora, e qui ho trovato davvero intenso il passaggio descritto da Ella, così vivido e così vero, da farti sentire lì, in quella filanda, insieme alle altre lavoratrici, e quasi desiderare di alzarti e rompere tu quel vetro di ingiustizie che sono costrette a vivere, ogni giorno, quelle donne. Bastava una distrazione di un attimo per avere un colpo di cinghia netto sulla schiena.

Come spiegarsi? Come parlare di ciò che aveva davanti agli occhi: le donne e le macchine e le finestre che nascondevano tutto quel che c’era fuori (…) Aveva bisogno d’aria ma le finestre erano chiuse, i vetri offuscati e opalescenti, e non c’era modo di vedere il cielo. Lo aveva chiesto una volta, il primo giorno che era lì, quando era solo una bambina spaurita di otto anni. Perché sono così scure le finestre? (…) Poi c’era il rumore. A volte pensava che lì producessero tessuto e rumore, ma più che altro rumore; tanto che ti offuscava il cervello, tanto che per tutto il giorno libero ti fischiava e ti ronzava nelle orecchie. Ma il giorno prima Ella aveva visto le bambine con le facce tese e spaventate. Aveva visto le più anziane, ingobbite sopra i sacchi da riempire. Le giovani che si reggevano ai telai come per offrirsi agli Dei della filanda, del legno e del metallo tra il frastuono e il cascame. Nel quarto reparto filatura aveva visto la loro vita trasferirsi nelle macchine, mentre quelle si buttavano via. E per cosa? Quindici scellini a fine settimana, che per metà dovevi dare a tuo padre, e nient’altro davanti, giorno dopo giorno, mentre il resto scivolava via e ti veniva sonno, e tu ti prendevi le botte, e dalle finestre opache non potevi mai vedere il cielo. Lei il cielo voleva vederlo. E così il giorno prima, che sarebbe stato un giorno come tutti gli altri ma ormai non lo era più, Ella aveva fatto sgusciare da sotto i piedi una cesta di rocchetti vuoti, ne aveva preso uno e lo aveva scagliato verso la finestra più vicina. Il vetro opalino era andato in frantumi, e lei si era alzata ansimando, stordita dallo schiaffo dell’aria fredda. Aveva intravisto l’orizzonte. La promessa scura e sinistra della brughiera.

Lasciando tutti stupefatti, Ella corse via, ma venne raggiunta e portata a Sharston. Ben presto, capisce che se vuole uscirne deve essere furba, deve fare la brava. Quasi da subito, fa il suo ingresso nella storia Clem, uno dei personaggi che maggiormente mi ha toccata, segnata dai tentativi di suicidio, da un animo profondo, sembra saperla lunga, legge molto, moltissimo, e sarà quasi un punto di riferimento per Ella, dentro quelle quattro mura. Mura che accoglievano anche uomini, tenuti debitamente separati dalle donne, guai ad avere rapporti troppo ravvicinati. Tra di loro, conosciamo l’irlandese John Mulligan, una delle voci che offre un altro punto di vista nella storia, un uomo segnato da un trauma che gli ha causato una profonda depressione e che si denota essere spiccatamente sensibile. Resta colpito da Ella, fin dal primo momento in cui la vede per la prima volta, quando cioè lei aveva tentato di fuggire e se l’era vista cadere a terra a un passo dai suoi piedi. Una meravigliosa descrizione di John che voglio condividere è questa, riportata dalla voce di Ella:

C’era un che di gentile in lui. Era un uomo diverso da suo padre. Uno che apriva i palmi delle mani. Che toccava le cose con delicatezza, come se sapesse che potevano rompersi.

Uomini e donne vivono e lavorano a Sharston, severamente tenuti separati, dicevo, ma c’è un giorno della settimana cui è concesso loro, se si comportano bene, di incontrarsi, socializzare, di sentirsi liberi e lasciarsi un po’ andare. Il venerdì sera si tiene il ballo, nella sala di soggiorno, la sala da ballo.

E poi, nel bel mezzo del manicomio, tanto da costituirne per varie ragioni il cuore, qualcosa di assolutamente inaspettato: una magnifica sala da ballo, lunga trenta metri e larga quindici, con un grande palcoscenico all’estremità. Nei sedici finestroni ad arco, bellissime vetrate con uccelli e fasci di rovi colorati. La luce estiva formava una pozza sulla pista da ballo in parquet flottante. In alto, la galleria cingeva la sala per tutta la lunghezza, mentre il soffitto, leggermente arcuato, era rivestito di pennelli dorati.

Sarà prevalentemente in occasione dei balli che John ed Ella si scambieranno alcune lettere, lettere che Ella potrà leggere e a cui potrà rispondere con l’aiuto di Clem, visto che lei non sa né leggere né scrivere. Nasce un amore, un amore che sembra impossibile da vivere, un amore per il quale entrambi lotteranno, sacrificando e sacrificandosi.
Un personaggio che mi ha nettamente confusa, in alcuni momenti, e che ha scatenato una certa antipatia a volte, è quello del dottor Charles Fuller, ossessionato dall’idea di inseguire la gloria e di raggiungerla, attraverso i suoi studi di eugenetica, e che si manifesta in un allarmante crescendo di tentativi sperimentali, a danno di quelli che per lui non sono evidentemente delle persone, ma dei pazienti “deboli di mente”, mediante i quali può realizzare i suoi progetti. Inizialmente, quando l’ho incontrato tra le righe, mi ha suscitato simpatia per carattere e personalità, perchè ribellandosi alla famiglia che voleva decidere della sua vita, del suo futuro, delle sue scelte, ha capovolto una pianificazione patriarcale del suo destino, per seguire la sua passione, la musica, che unita ai suoi studi di medicina, lo conducono nel manicomio di Sharston, raggiungendo una autonomia ed indipendenza economica discreta, tale da non dover chiedere nulla alla sua famiglia. E’ lui che si occupa della musica durante i balli e di dirigire la piccola orchestra, ritenendo potenzialmente positivo l’effetto che essa potesse avere sui pazienti. Man mano che scorrono i capitoli, la mia opinione, l’opinione dei lettori, vacilla, quando la sua ossessione varca il confine dell’umana compassione e del buon senso, secondo me.


L’intreccio tra i vari personaggi è sicuramente ben legato e strutturato, la storia procede con la curiosità di arrivare al capitolo successivo per conoscere ogni sviluppo. Ora arriviamo alla nota dolente. Cosa non mi è piaciuto? Come ho accennato in apertura di articolo, mi ha lasciata un po’ perplessa la scelta di non approfondire l’ambientazione, sia interna al manicomio, ma soprattutto esterna. Nella trama e nella presentazione apprendiamo che una brughiera dello Yorkshire fa da cornice a questa struttura, per cui mi aspettavo di leggere qualcosa riguardo al contesto. Ho trovato carenti anche le poche informazioni che ci vengono fornite circa la vita all’interno di Shartson, oltre a scoprire che i pazienti vi lavoravano, non sappiamo nulla sull’effettivo svolgimento delle attività, delle eventuali terapie, com’era realmente una giornata tipo per queste persone. Approfondire l’aspetto storico di quel luogo avrebbe sicuramente dato maggiore incisività ed elementi sostanziali ai lettori per comprendere meglio le condizioni dei protagonisti, avendo una completa visione circa l’ambiente. Soprattutto perché il luogo narrato, il luogo dove prevalemente si svolge l’intera vicenda, è un luogo ispirato da un posto realmente esistito, il manicomio inaugurato nel 1888 e inizialmente chiamato West Riding Pauper Lunatic Asylum (Asilo per poveri e dementi del West Riding).


Ho affrontato questo romanzo con una carica di aspettativa molto elevata, entusiasta di immergermi nella brughiera che tanto ha affollato le mie fantasie da appassionata bronteana quale sono, affascinata dalla copertina, una descrizione già di per sé molto emblematica, dalla trama così potente e dai personaggi, tormentati e provati dalle loro sofferenze, ma con un’interiorità e sensibilità spiccatissime. Ho apprezzato l’alternanza delle tre voci durante la narrazione (il punto di vista di Ella, di John e di Charles). Credo che avvalersi di questo mezzo, offra ai lettori la possibilità di valutare le vicende secondo diversi punti di vista, sollecitando, man mano, una maggiore riflessione su ciò che si incontra, arrivando via via a delle conclusioni ben ragionate e complete. Entrare così in intimità con personaggi lacerati dai loro traumi, l’ho trovato molto intenso e mi ha spinta a riflettere sulle difficoltà anche sociali che ancora oggi tante persone attraversano, spesso poco comprese ed aiutate.


Una lettura che mi è piaciuta, nonostante le carenze che ho riscontrato, magari solo per gusto personale, e che non disdegno di consigliare. Fatemi sapere se lo leggerete e le vostre impressioni, mi raccomando!


 

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